
Per anni la cybersecurity aziendale è stata costruita come un castello. Mura solide, confini chiari e un’unica priorità: proteggere ciò che stava dentro il perimetro. Per anni, le entità esterne – come i fornitori e i partner – avevano un ruolo marginale nella strategia di sicurezza. Bastava una firma su un contratto, qualche autocertificazione e un auditing a chiudere il cerchio.
La gestione dei rischi della filiera digitale era molto più sommaria; non parliamo di superficialità, ma di un contesto veramente diverso.
La supply chain era semplice, lineare e stabile. I vendor erano pochi, i contratti duravano anni e i cambiamenti erano più lenti, sia dal punto di vista tecnologico sia da quello organizzativo. Le aziende lavoravano spesso con partner storici, scelti una volta per tutte e integrati con cautela in un ecosistema IT stabile, basato su infrastrutture on-premise e applicazioni sviluppate internamente. Questa “lentezza” dei cambiamenti, percepita oggi come una limitazione, costituiva allora un vantaggio: la filiera era prevedibile, mappabile e controllabile senza sforzi particolarmente complessi.
L’azienda era quasi interamente self-containted dal punto di vista tecnologico: infrastrutture interne, software on-premise, un numero limitato di integrazioni API e dipendenze esterne. I sistemi non erano esposti a Internet come oggi quindi la superficie d’attacco era più piccola, più prevedibile e soprattutto più gestibile.
È ovvio quindi che le strategie di sicurezza dei dati si concentravano sull’interno, bastava difendere il confine, perché le minacce provenienti dalla filiera erano rare o comunque marginali. Il rischio non si propagava con la velocità odierna e un eventuale incidente informatico occorso a un fornitore aveva un potenziale impatto molto ridotto nel perimetro aziendale.
C’è anche da dire che era molto meno probabile che gli hacker puntavano al bersaglio primario, non pensavano alla supply chain: “Se voglio colpire un’azienda… attacco l’azienda”. Oggi gli attaccanti ragionano spesso al contrario: “Se voglio colpire molte aziende, attacco il loro fornitore”.
Si comprende a fronte di ciò quanto la gestione dei rischi di terze parti fosse considerato un processo poco critico: si trattava perlopiù di verifiche contrattuali, qualche audit programmato e una gestione dei fornitori basata sulla fiducia e sulla stabilità della relazione.
Oggi questo modello non esiste più. Si è passati da una filiera statica e facilmente presidiabile a un ecosistema dinamico, distribuito e altamente interdipendente. Oggi si parla di Third Party Risk Management (TPRM), quale processo di identificazione, valutazione e controllo dei rischi che i partner esterni, i venditori e i fornitori rappresentano per un’azienda.
Che cos’è il TPRM e perché è essenziale (anche in ottica compliance)
Il Third Party Risk Management (TPRM) è l’insieme delle attività e delle pratiche che un’azienda mette in campo per conoscere in profondità i suoi fornitori e valutare quali vulnerabilità essi portano nella catena operativa. Oggi è diventato una funzione centrale della sicurezza aziendale perché l’ecosistema digitale moderno non è più composto da sistemi isolati, ma da un continuum di servizi, piattaforme e micro-componenti esterni. Un’azienda non funziona più in isolamento: ogni suo processo critico — dal backup ai pagamenti, dalla produttività alla gestione documentale — dipende da terze parti. E queste terze parti, a loro volta, dipendono da altre terze parti.
Ogni integrazione tecnica, ogni API aperta, ogni servizio SaaS introduce nuove superfici d’attacco: non solo vulnerabilità tecniche, ma proprio rischi operativi e di continuità del business. Il punto non è più da chiedersi se un fornitore possa rappresentare un rischio, ma come questo rischio si sposti e si amplifichi attraverso tutta la filiera.
Il TPRM richiede un approccio data-driven, continuo e multilivello, in cui la postura dei fornitori viene monitorata quasi in tempo reale. La mappatura non si limita ai partner diretti, ma scende in profondità fino ai loro sub-fornitori, individuando dipendenze critiche, concentrazioni di rischio, componenti open-source condivisi e servizi cloud su cui poggiano interi processi aziendali. A fianco di questo, assumono un ruolo sempre più strategico gli strumenti di External Attack Surface Management (EASM) e i sistemi di rating di sicurezza, che permettono di valutare in modo oggettivo esposizione pubblica, configurazioni errate, credenziali esposte e indicatori di compromissione.
Ma identificare il rischio non basta: serve un modello di gestione in cui governance, processi e tecnologia operano in modo integrato. Questo implica definire controlli e SLA specifici, meccanismi di escalation condivisi, monitoraggio delle performance di sicurezza, revisione costante degli accessi e dei privilegi concessi ai fornitori. Significa anche predisporre piani di risposta coordinati, perché un incidente nella supply chain è per natura un incidente “a più mani”: coinvolge attori diversi, richiede comunicazioni rapide e decisioni immediate.
Inoltre, il Third-Party Risk Management è un vero e proprio obbligo normativo. Il GDPR ha introdotto per primo un cambio di prospettiva netto: il titolare del trattamento è responsabile anche per ciò che fanno i suoi responsabili esterni.
A questo si affianca la direttiva NIS2, che alza drasticamente l’asticella per i settori considerati essenziali e importanti. La direttiva impone alle organizzazioni di valutare in maniera formale i rischi legati ai fornitori, classificare i partner critici, definire requisiti minimi di sicurezza e monitorarne le performance nel tempo. L’obiettivo è chiaro: ridurre la vulnerabilità sistemica dell’Europa, perché gli attacchi di supply chain sono oggi tra i più frequenti e difficili da individuare. La NIS2 chiede una governance completa del rischio esteso.
Ancora più specifico è il regolamento DORA (Digital Operational Resilience Act), dedicato al settore finanziario e ai suoi fornitori IT. Qui il concetto di TPRM viene definito in modo estremamente dettagliato: due diligence approfondita prima del coinvolgimento del fornitore, classificazione del rischio IT, obbligo di notificare incidenti, test di resilienza, obblighi contrattuali strutturati e persino registri centralizzati sui fornitori critici. Con DORA, la gestione dei rischi di terze parti diventa un processo ciclico, continuo, documentato e verificabile dall’autorità competente.
TPRM: un pilastro della resilienza aziendale
Un programma strutturato di Third Party Risk Management è un vero vantaggio competitivo, perché trasforma la gestione dei fornitori da obbligo formale a leva strategica di resilienza e crescita. Sono sostanzialmente 5 i vantaggi diretti dell’implementazione di una strategia di TPRM:
Visibilità completa sui fornitori critici
Identificare i fornitori più strategici significa sapere chi fornisce cosa e soprattutto comprendere il livello di esposizione e il potenziale impatto di un loro incidente. Una mappatura dettagliata permette di individuare rapidamente punti deboli, dipendenze nascoste e concentrazioni di rischio, consentendo interventi mirati e tempestivi. Questa visibilità riduce la probabilità di sorprese e aumenta la capacità di pianificare scenari di continuità operativa.
Comunicazione e collaborazione trasversale
Un TPRM moderno integra IT, procurement, legal, compliance e linee di business in dashboard condivise e metriche comuni. Tutti parlano la stessa lingua del rischio, evitando silos informativi e decisioni isolate. Questo approccio permette di coordinare strategie, condividere priorità e rispondere in modo più rapido e coerente agli eventi critici.
Automazione intelligente e analisi avanzata
L’uso di strumenti digitali, AI e piattaforme di analisi consente di automatizzare la raccolta dei dati, la valutazione delle posture di sicurezza dei fornitori e il monitoraggio continuo delle loro attività. Questionari manuali e audit periodici diventano solo uno degli strumenti, mentre i dati real-time offrono insight immediati, riducendo i tempi di reazione e aumentando la precisione delle decisioni.
Cultura interna e consapevolezza diffusa
Un TPRM efficace trasforma il rischio da tema tecnico a tema strategico. Tutti i team — anche quelli non IT — comprendono il ruolo della filiera digitale nella resilienza dell’azienda. Questa consapevolezza diffusa aumenta la responsabilità collettiva e promuove comportamenti più sicuri, contribuendo a prevenire incidenti e a rafforzare la governance interna.
Preparazione per il futuro digitale
Con l’espansione di IoT, edge computing, intelligenza artificiale e requisiti ESG, i fornitori assumono un ruolo sempre più critico nel garantire resilienza e sostenibilità. Un TPRM ben strutturato permette all’azienda di affrontare questi trend con proattività, integrando nuovi strumenti, controlli e processi che anticipano i rischi invece di reagire a eventi già accaduti.
FAQ – Third Party Risk Management (TPRM)
Che cos’è il Third Party Risk Management (TPRM)?
Il Third Party Risk Management è l’insieme dei processi, delle policy e degli strumenti che permettono a un’azienda di identificare, valutare e governare i rischi introdotti da fornitori, partner e terze parti lungo tutta la filiera digitale. Non si limita alla sicurezza informatica, ma include continuità operativa, compliance normativa, rischio reputazionale e impatto sul business.
Perché oggi il TPRM è diventato una priorità per la cybersecurity?
Perché le aziende non operano più in ambienti chiusi. Servizi cloud, SaaS, API, fornitori IT e piattaforme esterne sono parte integrante dei processi core. Un incidente che colpisce una terza parte può propagarsi rapidamente, impattando dati, operatività e reputazione. Oggi il rischio non nasce solo “dentro” l’azienda, ma soprattutto nella sua rete di dipendenze.
In cosa il TPRM è diverso dalla tradizionale gestione dei fornitori?
La gestione tradizionale dei fornitori era prevalentemente contrattuale e basata sulla fiducia. Il TPRM, invece, è un processo continuo, data-driven e strutturato, che monitora nel tempo la postura di rischio dei fornitori, ne valuta l’evoluzione e integra questi dati nelle decisioni strategiche aziendali.
Il TPRM riguarda solo l’IT e la sicurezza?
No. Il TPRM è trasversale per definizione. Coinvolge IT, cybersecurity, procurement, legal, compliance, risk management e linee di business. Un fornitore critico non è tale solo per motivi tecnologici, ma anche per l’impatto che può avere su processi, clienti e continuità operativa.
Fonte:
Cybersecurity360.it
